martedì 30 settembre 2008

Un nuovo giorno è appena cominciato...




M'illumino di merda.

venerdì 26 settembre 2008

Il mio stile inglese


C’è un motto di spirito che mi rappresenta fedelmente e perciò mi piace tirar fuori dal cappello alla minima occasione, spesso al limite dello sproposito e a serio rischio di scassamento balle altrui:

Più che passare il tempo a fottere ho fottuto il mio tempo”.

Lo diceva Hugh Grant in “Quattro matrimoni e un funerale”, seduto al tavolino di un bar davanti a una sorridente Andie McDowell.
Di lì a una ventina di minuti se la sarebbe fottuta.

[Detto per inciso: a questo leggero film di cassetta riconosco un piccolo merito: l’aver teorizzato la precarietà come cifra fondamentale di un rapporto pur profondo e romantico, capovolgendo nella sola sequenza finale alla “Colazione da Tiffany” l’ipocrisia di tutti i film d’amore della storia del cinema e i loro inutili e inattuali “per sempre”]

In termini logico-analitici si tratta di un tipico aforisma a specchio, nel quale i due termini della prima proposizione appaiono anche nella seconda ma in ordine invertito. E’ abbastanza facile da inventare e in genere fa molto effetto.
Ma chissà per quale motivo, se la battuta la pronuncio io gli effetti sono molto diversi.
Sarà che non ho mai recitato Shakespeare.

lunedì 22 settembre 2008

Rito iniziatico dell'Aperol


Non uno – dico - non un uno, ma tre sciacquoni ci son voluti, più un secchio pieno d’acqua!
E’ andata benone. Un’ottima performance.
E’ in giorni come questi che un uomo trova finalmente il coraggio di guardare la propria immagine allo specchio senza nutrire l’istinto di sputarsi addosso.

Lo ricordo come se fosse oggi. Potevo avere tre anni o quattro. Seduto sul mio vasino arancione, in cucina, mia madre che lava i piatti… a un certo punto si avvicina a me e mi solleva per le ascelle.
Ho ancora stampata nella mente la sua meraviglia.
Madòòòòòòòòòòòòòòòòòò!!!!!!!!!!!!!!!!!”……
Mi poggia sul tavolo sopra un foglio di Scottex, poi chiama mia nonna:
Mammàààààààààààààààààà!!!!!!!!!!!!!!!!!”……
Mia nonna arriva, e guarda in giù:
Maroonnna maj du Carmine!!!”…….
Proprio in quel momento sento sbattere la porta d’ingresso. E’ mio padre che rientra.
Manuèèèè!!!!…”, urla mia madre. “Vinn a vdà ciobb’ ha fatt u mnènn!” (trad. “Emanuele, vieni a vedere cosa ha fatto il bambino!”).
Kèip d’ stu cazz!!!”, fa lui sgranando gli occhi.

Quel pomeriggio stesso mio padre mi portò al Christian Bar sotto casa, che allora si chiamava ancora “Bar Inter”. Mi presentò a tutti i suoi amici, e mi fece bere un Aperol.
Disse: “ Oggi mio figlio è diventato un ometto”.
Per poco ci mancò l’applauso.

giovedì 18 settembre 2008

Civis romanus non sum!


Qui ad Andria sono arrivati i primi freddi, e si sa che il freddo non è un buon emolliente.
Stamattina presto ci ho provato, subito dopo il caffè bollente, e ahimè ho fallito di nuovo.
Il gabinetto di casa ha inscenato ancora una volta la tragedia di un uomo che non sa più nemmeno attendere ai suoi compiti fisiologici primari.
E pensare che da bambino avevo grandi progetti! Da grande volevo fare il paracadutista. E restai impressionato dalla leggenda di Muzio Scevola.
Ricordate Muzio Scevola? Quell’omaccione tutto d’un pezzo che dopo aver accoppato l’uomo sbagliato si fuse la mano? C’è chi dice sia un mito fascista e per nulla educativo, di certo avrebbe stimolato la curiosità degli psicoanalisti qualora Freud avesse incontrato la fortuna di nascere sotto l’Impero, ma per me quelli sì che son uomini veri… “Scaevola duos pallas tantas tenevit”...
Ho provato a dimostrare a me stesso di avere le palle, ho preso il braciere di mia nonna, ho acceso il carbone, e mi ci sono accovacciato sopra in attesa che la cottura del deretano giungesse a un punto soddisfacente per le mie esigenze di autopunizione.
Tuttavia non ho resistito più di due secondi e mezzo, il tempo di emettere un urlo pazzesco e di cominciare a piangere come un bambino.

Rivoglio i miei quattro anni.
Rivoglio la mia vita.
Rivoglio il mio vasino.

sabato 13 settembre 2008

Ho fatto il buco nell'acqua


E’ impossibile per un individuo ancora immerso nella bambagia degli anni verdi comprendere la portata di un tentativo andato a vuoto, se non paragonandolo alla frustrazione che segue a una delusione d’amore.
Un uomo non è uomo se non ha patito almeno per una volta una defaillance a letto, o se non è stato mai respinto da una donna che desiderasse con tutta l’anima. L’avvilimento e la vergogna s’impossessa in poco tempo di tutto il tuo essere, seminando i giorni che seguono nel solco profondo e sdrucciolevole dell’inedia, e non c’è modo di recuperare un poco della pace perduta se non facendo leva sulle proprie stesse forze, e sul senso di responsabilità che per diritto di natura abbiamo verso noi stessi e verso chi ci ama.
In breve funziona così: all’improvviso percepisci uno stimolo nel basso ventre, preceduto o meno da distinti gorgoglii. Allora pensi: “Cavolo, è fatta. Stavolta ci liberiamo!”, e interrompi di colpo l’occupazione cui stai attendendo, perché sai che ogni lasciata è perduta, e ti precipiti nel bagno, sicuro di scaricare. Ma per dinamiche cui non sai dare una spiegazione razionale, lo stesso stimolo, fino a un minuto prima così pressante, ti passa del tutto. E tu ti sforzi, ti comprimi, ti consumi in ripetuti gemiti, spingi fino allo spasimo, fino a che fa male… ma… non si muove niente! Sembri avere l’addome di pietra.
E alla fine ti chiedi se non sia il caso di farti impiantare in casa sedie con botola incorporata.
Altro che buco nell'acqua...

mercoledì 10 settembre 2008

Incubazione


Quando si è ancora freschi di ferie l’ultimo apparato del corpo che risponde all’appello della restaurazione e dell’ordine settembrino è senz’altro l’escretorio, il quale esperisce i suoi estremi focolai di ribellione attraverso una condotta affatto indisciplinata ed insubordinata alle volontà dell’organo sovrano.
Sembra che l’intestino, sprovvisto com’è di occhi e orecchie, sia convinto di respirare ancora l’aria del Portogallo o della Tunisia.
Certe volte ho come l’impressione di ospitare un corpo estraneo dentro di me, un essere col quale non ho niente a che spartire, uno che se va un po’ per conto suo, e mi è a tratti ostile.
Non ho idea di quando il buon Dio mi chiamerà a sé, ma so già con certezza come morirò: e cioè di peritonite, o blocco intestinale, o polipo intestinale, o infezione intestinale, o una qualunque altra patologia legata all’intestino.
E quel giorno la testolina del crasso si staccherà dal retto e perforerà l’addome, e dopo essere sbucato dalle lenzuola col suo verso stridulo e sinistro, mi verrà incontro digrignando i denti affilati e sbavandomi sul petto.
E allora io gli cingerò amorevolmente la nuca e lo stringerò a me, in un ultimo disperato abbraccio, e come Sigourney Weaver in Alien 3, volteggiando in catartico volo, mi getterò negli abissi di fuoco dell’Inferno.

sabato 6 settembre 2008

UN, DUE, TRE... PASSOOOOO!!!


Il ritorno dalle vacanze, si sa, è una fase critica nella vita di un uomo.
Non è mai facile ripigliare il ritmo di sempre, regolare il tuo orologio sulla routine del quotidiano. C’è chi riesce a carburare senza problemi già dal primo giorno, ma per me è diverso.
E’ un po’ come nelle scuole di ballo sudamericane: quando cominci appena a familiarizzare con il samba, ecco che il disco di sottofondo sterza improvvisamente sul cha-cha-cha, e ti ritrovi impalato dapprima come un tronco di legno, poi goffo e scoordinato come un poppante appena caduto dal grembo materno, ad adocchiare le movenze degli altri più bravi di te cercando di sincronizzarti il prima possibile con loro.
Il compito si presenta vieppiù proibitivo per chi come me esercita da anni la professione usurante e senza limiti di orario di bamboccione depresso.
E’estremamente difficoltoso riuscire a trovare sul divano di casa la posizione giusta per quattro o cinque ore consecutive di immobilità assoluta senza che la colonna vertebrale ne risenta. Ci vuole molta pratica, e soprattutto continuità nel ritmo.
Orbene, prendere lunghi periodi di riposo comporta il pericolo di ingaggiare col divano suddetto delle lotte sfibranti, alla vana ricerca della posizione perduta.
Alla fine vincerai tu, ma solo per spossatezza, ovverosia per tuo stesso ko.

mercoledì 3 settembre 2008

Andria, te quero mucho!


Ora che sono finalmente tornato vi chiederete se abbia trascorso delle buone vacanze.
Ecco la risposta:

UNO SCHIFO!!!

La miseria di sette volte in due mesi. DICO: 7 volte in 2 mesi. E chi mi conosce bene sa che non sto parlando di sesso, perché altrimenti sarebbe stato un exploit memorabile, considerando le cariatidi acide che m’hanno accompagnato in quella che solo a mo' di eufemismo definirei una infausta odissea nel Mediterraneo.
Non parlerò del mini-gabinetto per gnomi in mezzo al torpedone, quanto della raccolta su musicassetta “I grandi successi di Adriano Cementano” fatta ascoltare a ripetizione fino a rottura completa del nastro (e delle mie scatole), con successiva interpretazione in coro squarciagolante da parte dei passeggeri di “La carezza in pugno” ad libitum, cioè fino a esaurimento dei MIEI nervi;
non parlerò dei calli ai piedi durante il pellegrinaggio di Compostela, quanto dell’assenza totale di un bagno pubblico per un raggio di quindici chilometri, tra un ostello della vetustà e un altro, con conseguente evacuazione obbligata nel terreno, alla maniera dei soldati;
e non parlerò della pochezza dei ristoranti tunisini e dei loro camerieri, quanto dei letti in pietra dei santi eremiti e delle loro grotte a cinque stelle che ci avevano prenotato per la notte.

Al diavolo i viaggi organizzati dai parrocchiani!
Al diavolo le vedove acide!

Non c’è da stupirsi se al ritorno a casa sono saltato come un cucciolo di pipistrello al collo di mia mamma mentre ancora mi poneva la domanda di rito:
Beh, tutt’a posto?… Ti sei divertito?”.

E certo… con 120 euro per due mesi cosa vuoi di più?