domenica 26 ottobre 2008

Il pedaggio della sfiga

Ieri sabato da “vitazzuoli”: raduno di forumisti ad alto tasso di sfiga (ma in compenso anche di “siNBatia”, come direbbe il buon Digito) consistito in:

cocktail brake sui tavolini di un chicchissimo bar del centro durante il quale, prendendomi la responsabilità delle ordinazioni, ho trangugiato (e fatto trangugiare) un misterioso quanto esotico beverone di colore verde di almeno due litri per testa, per un totale di dieci litri (questo dato avrà la sua importanza nel prosieguo);

visita non guidata al celeberrimo Castel del Monte, o come dicono quelli di Nonciclopedia “Monte del Castello” (qui ritratto in una foto scattata dal fotografo ufficiale della spedizione);

pizza canonica preceduta e seguita da due lunghe passeggiate, rispettivamente stimolante e digestiva, lungo e largo il centro di Barletta.

Bilancio della giornata: tutto sommato positivo, come direbbe il Mister, a parte un piccolo contrattempo provocato dall’assimilazione del beverone di cui sopra.

Vedete, quando si intraprende un viaggio insieme con degli amici, inizialmente si fa sempre sfoggio di una certa spavalderia, se non della cazzonaggine pura e semplice, forti come si è del vuoto spinto della vescica (e a tratti del cervello). Ma una volta che la stessa si sia riempita bel oltre il livello di guardia di ogni genere di schifezze liquide, si finisce per diventare improvvisamente piccoli piccoli, ed è allora che emerge la nostra più autentica miseria umana.

Ero in centro a ridere e scherzare, dicevo, e improvvisamente mi sono accorto di avere una improcrastinabile necessità di pisciare. A caldo stimavo di poter contare su un’autonomia non superiore al quarto d’ora, e dopo aver manifestato il problema ai miei compagni di gita, mi son messo disperatamente alla ricerca di un diurno.
Dopo dieci minuti ho rinunciato all’idea, proprio mentre fiancheggiavo l’insegna di una gelateria. Ecco l’illuminazione: pausa gelato! Una gelateria avrà pure un gabinetto nel retrobottega, perbacco!
Ci siamo ritrovati tutti stipati in uno scalcinato locale grande quanto un ascensore.
Scusi, la toilet?”, ho domandato speranzoso.
What’s toilet?”, la risposta del titolare.
Cazzo!…
Sono uscito difilato dal locale, lasciando il gruppo intento a scegliere i gusti, davanti a me lo sguardo torvo della colossale statua bronzea di Eraclio (Arè d’ Varrètt).
Altri venti metri di calvario, altro bar.
Un caffè”, ho ordinato grondante di sudore freddo. E subito dopo, con perfetta non chalance: “la toilet?…
La prima a destra!”.
Finalmente. Tre minuti pieni di minzione, di sicuro il mio record personale.
Costo della pisciata: 70 centesimi. Ma con caffè tiepido in omaggio. Sti cazzi.

giovedì 23 ottobre 2008

Oh mamma, che impressione!

Ci sono momenti della vita nei quali un uomo deve dimostrare di essere uomo.
Oddio, per quanto mi riguarda non è che ci tenga più di tanto a cimentarmi nell’esercizio di tirar fuori la borsa scrotale davanti allo specchio, ma quando il dolore fisico ti opprime continuamente, privandoti della gioia di godere giornate intere spaparanzato sul divano e notti serene cullato tra le braccia dolci e possenti di Morfeo, allora comprendi che forse è giunto il momento di agire.

Ho svitato il tubetto del Proctolyn. Ed è stato già tanto.
Per un signore attempato come me chiedere alla propria madre di fare certe cose può rivelarsi estremamente umiliante. Per carità, lei ne sarebbe pure contenta, presa com’è dal suo ruolo di mamma ultracentenaria alla ricerca di continui stimoli, ma ancorché mutilata dai ripetuti fallimenti credo di conservare ancora un po’ di dignità anch’io e alle volte intendo preservarla, per quanto possibile.
E’ per questo motivo che ho rimandato ad oltranza l’applicazione della pomata.
Ma come Don Rodrigo col suo bubbone, stamattina mi son messo recalcitrante con le terga rivolte alle specchio dell’armadio, mi son chinato lentamente fino a formare un angolo di 45 gradi circa con la parallela del pavimento, ho divaricato le natiche con ciascuna delle due mani e… ho guardato.
Mai visto nulla di simile. Che non fosse siliconato, ovviamente.
Senza perdermi d’animo, e valendomi di sorprendenti doti acrobatiche, ho preso un po’ di pomata e l’ho spalmata con cura sulla parte dolente, che aveva il calore di un acceleratore nucleare appena spento. E il Proctolyn ha funzionato da buon raffreddatore, devo dire. Ho provato un immediato sollievo.
Sia benedetta la medicina.

domenica 19 ottobre 2008

Un nome, un prefisso

Verrebbe da dire: meno male che esistono i genitori!
Stamattina che è domenica, mio padre, stanco delle contorsioni e dei lamenti miei, è uscito in cerca di una farmacia di turno che gli desse un medicamento capace di lenire le mie doglie anali.
E’ tornato con una pomata dal nome molto pittoresco: Proctolyn.
La mia attitudine induttiva mi ha fatto subito comprendere di quale branca della medicina si occupa lo specialista cosiddetto “proctologo”.
E tenendo tra le mani il tubetto m’è tornato repentino in mente, come un giocattolo disincagliato dal relitto di una giovinezza arrugginita, il nome d’un personaggio televisivo ormai sepolto dai sedimenti dell’oblio: il dottor Procton.
Il dottor Procton era il responsabile dell’Agenzia di Ricerca Spaziale, nonché padre putativo di Actarus nella mitica serie “Goldrake”.
Mi chiedo per quale insondabile motivo i creatori di uno dei cartoni animati più seguiti della storia abbiano deciso di affibbiare a un personaggio chiave come il succitato un nome dall’assonanza così equivoca.
Per associazione d’idee ripenso al film “Fight Club” di David Fincher, in cui Brad Pitt - come al solito belloccio-scapestrato–dannato-ribellesenzacausa - impersona un addetto al montaggio che si diverte a inserire fotogrammi di film porno all’interno di pellicole per il grande schermo destinate ai bambini.
Al confronto quelli di Goldrake furono dei burloni da seminario, ma bisogna considerare anche i tempi.

Ad onor del vero comunque, col rispetto dovuto alla categoria, va detto che un po' la faccia da culo ce l'aveva...

mercoledì 15 ottobre 2008

Bollettino medico

Il mondo si starà chiedendo se stia facendo qualcosa per le mie emorroidi.
Bene. Forse vi sorprenderà sapere che non sto facendo una beneamata mazza, a parte lanciare urli sovrumani e bestemmie politically correct ad ogni fottuta puntura di spillo.
In realtà non è altro che la mia personalissima terapia omeopatica, consistente nell’affogare il dolore nel dolore, come se il mio anelito autocompassionevole bastasse da solo a placare le ire della Malattia, e nei fatti bloccarne l’avanzata alla maniera di Leone I davanti a Flegellum Dei Attila.

Preso nel mulinello del mio letto di lacrime, so che tendere la mano verso Sua Santità Medicina Allopatica rappresenta l’unica via verso la salvezza, ma per quell’incomprensibile irrazionalità che sottende a molte delle nostre azioni quotidiane, ancora una volta sono spinto ad immolare ogni residua forma di amore verso me stesso sull’altare di Nostra Signora Depressione (il Divano).
E realizzo che in fin dei conti il problema non è a valle, quando il Male è già manifesto, ma a monte, quando ancora è “in nuce”, e che il nostro compito non è di “curare”, ma di “prevenire”, ed è in forza di tali solide convinzioni che erompo nella mia estrema, pregiudiziale quaestio:
Signore, ma fra tutti i culi del mondo attendenti al loro sporco benché necessario lavoro, proprio il mio dovevi mortificare?!?

domenica 12 ottobre 2008

E poi arrivò il mattino, e al mattino le stelle

Lo sapevo che mi sarebbero arrivate.
Del resto spingi e spingi prima o poi ti arrivano.
Le emorroidi, dico. Il pepe non c’entra niente, almeno non credo. Ne consumo una giusta quantità, quanto basta per insaporire, non sono certo un patito del cibo piccante.
Il problema è che lo stare per troppo tempo seduto sul trono in compressione facilita il prolasso dei tessuti, e i miei non sono elastici quanto quelli di un giovanotto.
D’altra parte che potrei fare? Non ho più la peristalsi di un tempo! Se non mi aiuto col diaframma posso star fresco per le calende greche.
Come se non bastasse oggi è pure domenica. Non mi resta che andare dalla guardia medica e scovare una farmacia di turno.
Intanto mi fa un male cane. In questo momento sto scrivendo in piedi.
Ho già chiesto a mio fratello se per caso non si ritrovi un salvagente a tarallo fra la sua utensileria da mare. Mi ha risposto che mi farà sapere…

mercoledì 8 ottobre 2008

L'aplomb del Mister

L’importante è muovere la classifica”.
Così penso tra me e me, pescando da quell’insuperabile serbatoio di frasi fatte che è il mondo del calcio, a seguito di una mediocre deiezione.
Un pareggio che ha il sapore della sconfitta, magari in casa, di fronte a una “squadra cuscinetto” che era senz'altro alla “nostra portata”, che "si rispetta ma non si teme” e per niente affatto “ostica”... così l’allenatore di turno sfodera la sua amara saggezza autoconsolatoria atta a pararsi la faccia davanti alla telecamera e il culo di fronte al presidente, che poi è nient’altro che la solita filosofia del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto rimestata in salsa pallonara (l’inguaribile ottimista per la verità non si cura mai di prendere in considerazione le condizioni previe dello stesso bicchiere, ma questa è un’altra storia…).

Spesso mi capita di essere investito, come stamattina, da uno stimolo forte e impellente, tale da farmi presagire una evacuazione abbondante e soddisfacente, salvo poi sprecarmi in una prestazione degna di un bambino di otto anni.
A conti fatti credo sia stato più il fastidio che la resa.
Ma avrei fatto assai meglio ad arrendermi.

Ora non mi resta che sistemarmi sulla panchina e attendere la prossima partita.
Sempre che il Presidente lo voglia.

sabato 4 ottobre 2008

Il giorno in cui smisi di credere a Babbo Natale


Tanto per cambiare ho il morale sotto la suola delle pantofole. Ho appena finito di lavarmi i capelli.
E’ curioso come in certe circostanze della vita il tono dell’umore finisca per dipendere quasi esclusivamente dall’esito di uno shampoo, o dalla eventualità che un ciuffo solitamente ribelle si sia finalmente allineato alla massa oppure no.
Storie di ordinaria psicosi maniaco-depressiva.
Non è vero che la bellezza è uno stato interiore. Chi ci crede prima o poi si piglia delle vagonate memorabili in mezzo agli occhi.
In andriese una persona bella si definisce “bèrfàtt”, vale a dire “ben fatto”, con ciò sottolineando l’assoluta importanza del ruolo procreativo della mamma. Si può dire senza ombra di dubbio che l’aspetto di un individuo è una faccenda che appartiene totalmente alla mamma.

Quànd si berfàtt”, mi ripeteva sempre mia mamma, fino alla noia.
E in virtù di quel sacrosanto postulato proprio dei mass mediologi secondo cui una notizia più è vera quanto più viene ripetuta, per tutta l’adolescenza finii per crederci davvero, almeno fino al mio primo appuntamento galante, estorto in modo assai rocambolesco ad una strafica di quelle che col senno di poi non mi sarei potuto permettere nemmeno di guardare col binocolo.

Se vuoi baciarmi puoi farlo” sparai io a freddo, al termine di una serata più fiacca di una mela cotta. E lei: “Ma sei pazzo?!
E perché scusa non ti piaccio?
No, sei simpatico… è che non sei il mio tipo…
Fisicamente dici?
Beh, anche…
Ma dico, mi hai visto bene, dove ce li hai gli occhi?!?”, sbottai.
Certo che ti ho visto, somigli alla figlia di Fantozzi! E oltre che brutto sei pure stronzo!!!”. E girò i tacchi.
Quando si dice uno schiaffo salutare.